Dall'altra parte del cancello: i graffiti di Oreste Ferdinando Nannetti

Ho visto un uomo matto
è impressionante come possa fare effetto 
un uomo solo abbandonato dimenticato 
dietro le sbarre sempre chiuse di un cancello
.

(Giorgio Gaber)

 

 

Sono numerosi i posti dove la vita sembra essersi fermata tanto tempo fa per sempre, sono luoghi capaci di affascinare, particolari per la bellezza decadente del posto, incorniciati da pini e fronde di albero fitte fitte che il loro movimento è l’unico suono che riesci a sentire. L’aria è densa, surreale e ricca di passato che improvvisamente appartiene pure a te. In alcuni momenti percepisci un senso di irrequietezza che si trova nel parco abbandonato, distrutto e luogo di pellegrinaggio di giovani che hanno una piccola irrequietezza dentro.

Questo posto è un luogo un po’ senza tempo.

Il Manicomio di Volterra è tutto questo. All’interno ci sono centottanta metri e ventidue centimetri di onde radio, formule, metalli, stelle, nomi, razzi, simboli, città, connotati. E quell’intonaco graffiato di mattina, di pomeriggio, col sole, la pioggia, in inverno, per anni, d’estate.

 

È il lavoro di un degente particolare, Oreste Ferdinando Nannetti. Una persona taciturna e solitaria, capace di aprirsi solo di fronte a quel muro. Nonostante la sua esistenza era da dimenticare, è riuscito a lasciare una traccia del suo passaggio graffiando sul muro un’opera d’arte che resterà lì per sempre. Per nove anni è stata la fibbia di metallo della sua divisa il suo pennello e "il Ferri" la sua tela. Un «ci sono, io esisto». Proprio il contrario di quello che era stata la sua vita che lo ha portato dentro il Manicomio di Volterra.

Figlio di padre sconosciuto (indicato su tutti gli atti, come d'uso all'epoca, con la sigla NN) e di Concetta Nannetti, Oreste, all'età di sette anni, fu affidato a un'opera di carità e poi, a dieci anni, fu ricoverato in una struttura per persone affette da problemi psichici.

 

Dopo un piccolo periodo di due anni di libertà, per aver oltraggiato un pubblico ufficiale, viene rinchiuso a Volterra. Schivando le teste dei catatonici seduti su di una panchina e l’ira degli infermieri più severi, trova il suo modo di comunicare con l’Altro. Il suo metodo è molto preciso, prima incide i contorni delle pagine del suo libro di pietra e poi le riempie, e lasciando degli spazi vuoti, che rappresentano per sempre quei degenti seduti e tutti gli altri degenti del Manicomio.

 

Oggi tornando a Volterra, di tutto quel capolavoro troviamo solamente pochi metri della storia di Oreste, il tempo, l’incuria e chi non ha rispetto sta cancellando la vita di questo piccolo grande uomo. Passeggiando e ammirando questi muri l’immagine è quella del “silenzio assordante”, dell’urlo bloccato in gola, della disperata ricerca di comunicare la propria presenza: una vita tormentata dalla solitudine, soffocata da luoghi che cercavano di custodire chi gli stava fuori. Una ricerca di un senso di tranquillità e di sicurezza, un volersi sentire “all’interno”: all’interno di qualcosa di morbido e caldo che gli è tanto mancato da piccolo. Un volersi sentire totalmente avvolto come quando si sta in braccio a contatto con un corpo materno.

 

Un cercare un cantuccio protetto che ricostruisce il senso di tranquillità antico (Rispoli, 2004). A questo punto c’è da chiedersi, come cantava Giorgio Gaber, da che parte del cancello guardare. Perché lì dentro c’era qualcuno degno di essere Considerato, di Essere Ascoltato e di Essere Valorizzato. Perché forse, valorizzando e non scordando quello che è stato, possiamo ancora regalargli un ultimo gesto dignitoso.

 

Bibliografia:

Rispoli L. (2016), Il Corpo in Psicoterapia oggi, Franco Angeli: Milano

Rispoli L. (2004), Esperienze di Base e Sviluppo del Sè, Franco Angeli: Milano

www.psicologiafunzionale.it


 


 

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